Studenti in piazza in tutta Italia, e fanno sciopero i calciatori

Leggo dalla Francia che in Italia i calciatori hanno deciso di fare sciopero. E’ mai possibile che in un momento in cui migliaia di studenti sono in rivolta contro la distruttiva riforma dell’Università, in una fase di grande tensione nel paese per la carenza di lavoro e l’incertezza del futuro, i calciatori, quelli che guadagnano migliaia e migliaia di euro al mese, si permettano di fare sciopero. La sedicesima giornata di serie A, l’11-12 dicembre, non si giocherà.

Francamente lo considero uno schiaffo alla decenza, al buon senso e a tutte quelle persone che come noi si rimboccano le maniche e cercano di costruirsi un futuro. Faticosamente, giorno dopo giorno, con il sacrificio, con il sudore, con l’impegno. Queste sono le classiche notizie che rendono ridicolo il nostro paese.

Il futuro è dei giovani: ma l’Italia non è un paese per giovani

Mercoledì 17 novembre era la Giornata mondiale dello studente. Un appuntamento simbolico, ma anche un appuntamento in cui migliaia di ragazzi in tutta Italia e in Romagna hanno dato vita a manifestazioni e cortei, per dire una cosa molto semplice: non c’è futuro senza di noi, non c’è futuro senza le nuove generazioni, non c’è futuro senza la conoscenza

 

La giornata dello studente (scelta il 17 novembre, ricordando che in questo giorno del 1939 gli occupanti nazisti uccisero 9 studenti all’Università di Praga ed i loro insegnanti) deve essere l’occasione per riportare al centro dell’attenzione questa emergenza. Perchè il futuro è un’emergenza nazionale di cui nessuno si occupa.

 

Il dibattito politico non si occupa mai dei giovani arrivando a preoccuparsi persino di commentare il mondiale di Formula Uno. Oppure se ne occupa quando serve per dare scandalo o per aiutare qualche politico a ricaricare le batterie, dopo una dura giornata di ‘lavoro’. In Italia c’è una generazione senza futuro: quella dei 20enni e dei 30enni, stanchi delle urla e del gossip politico, desiderosi, invece, di sapere cosa la politica può fare per loro. Non basta aspettare, però, bisogna anche agire e spendersi in prima persona.

 

Non servono soldi a pioggia, non serve demagogia. Serve, ad esempio, finanziare le borse di studio per permettere anche a chi soffre di più la crisi economica, e non potrebbe permetterselo, di frequentare l’Università; serve, ad esempio, un sistema-paese basato sul merito e non sulla ‘spintarella’, sulla raccomandazione o sulla svendita di se stessi. Serve, ad esempio, un sistema che affianchi i giovani nel loro progetto di vita, partendo dall’atteggiamento che le banche hanno nei nostri confronti costringendoci spesso a presentare garanzie per ottenere finanziamenti che non potremmo mai avere; e dunque costringendoci a rimanere sempre più legati ai genitori, ai nonni, ai parenti.

 

Serve un piano straordinario per l’edilizia pubblica, che metta i giovani in condizioni di costruire un futuro, di contare su relazioni durature. Serve che un’ora di lavoro precario non costi meno di un’ora di lavoro stabile, perchè altrimenti la nostra condanna sarà quella di essere precari a vita. Ciò è possibile solo se si diminuiscono le tasse sul lavoro, andando a cercare i soldi che servono magari dall’evasione fiscale.

 

Serve, insomma, fare in modo che essere giovani non sia più uno svantaggio, ma un vantaggio. Serve che, quando ci presentiamo in banca, dall’assicuratore, in un’azienda, in un ente pubblico, in uno studio legale, in una ‘stanza dei bottoni’ o in qualsiasi altro ambito, non si venga visti come un pollo da spennare o un cagnolino da mettere a tacere. Dobbiamo e vogliamo essere ascoltati, al pari delle altre generazioni. Al pari dei più ‘grandi’, che spesso, alla fine, tanto ‘grandi’ non sono.

 

L’Università è una risorsa del territorio: ricerca e impresa insieme verso la ripresa

Non c’è futuro senza cultura e senza conoscenza: ecco perchè l’Università in Romagna va difesa e va difesa all’interno dell’Università di Bologna. Che senso avrebbe fare una nuova e anonima università romagnola?

L’Università a Forlì rappresenta una scelta strategica fondamentale, che da tempo segna un processo di sviluppo e rinnovamento per la cultura e l’economia cittadina.
Una realtà ancora più importante in tempo di crisi, quando l’avvicinamento tra i luoghi dove si produce ricchezza e quelli in cui si applicano le conoscenze risulta basilare per avviare la ripresa economica.

A Forlì il rapporto tra il sistema produttivo e l’universo della ricerca è un rapporto positivo, che va però consolidato e potenziato. La Facoltà di Scienze Politiche sigilla a Forlì dieci anni di vita con numeri prestigiosi; gli iscritti al corso di laurea sono cresciuti costantemente, in controtendenza con gli altri poli decentrati, e il livello d’insegnamento è tale da collocarci in testa alle classifiche nazionali. Ma soprattutto la presenza del polo universitario si avverte nel sistema produttivo e nelle imprese del territorio, che grazie alle competenze universitarie hanno la possibilità di essere sempre più competitive nel mercato nazionale e internazionale.

Si potrebbe fare molto di più, se non fosse che il governo nazionale investe nella ricerca solo lo 0,01 del PIL; lamentando ciclicamente per voce dei suoi esponenti locali la crisi degli atenei decentrati, ai quali toglierebbe volentieri altri fondi per destinarli ad atenei privati. In Emilia-Romagna abbiamo invece investito sui tecnopoli e nella provincia di Forlì-Cesena avremo decine di ricercatori di altissimo livello che lavoreranno qui, per lo sviluppo delle nostre imprese e per la crescita del nostro territorio.

Si deve fare di più, si può ancora migliorare: si deve accorciare sempre di più la distanza tra mondo del lavoro e imprese, per far sì che una ragazza o un ragazzo che conclude il proprio ciclo di studi abbia in mano la chiave di accesso per costruire il proprio futuro: che il futuro del nostro paese.

Marco Di Maio
Segretario Unione territoriale Pd forlivese

A chi serve la Regione Romagna? Non ai romagnoli

Periodicamente torna nel dibattito locale il tema della Regione Romagna: nonostante l’imminente scadenza delle elezioni regionali di marzo, è opportuno affrontare la riflessione su questo tema con un approccio privo di una facile speculazione da campagna elettorale. E ciò è possibile se affrontiamo questo dibattito chiedendoci: cosa serve davvero ai romagnoli? Cosa ci serve per affrontare in modo più incisivo ed efficace le sfide che il futuro ci pone di fronte?

Oggi, in una fase di crisi economica e di enormi difficoltà come quella che si sta manifestando anche e soprattutto nelle realtà locali, la priorità che dobbiamo darci è quella di fare ogni sforzo per mantenere quei livelli di assistenza e qualità dei servizi che ci rendono uno dei territori più avanzati non solo in Italia, ma in Europa: e di dare a questo assetto una prospettiva di consolidamento e incremento.

In un mondo in cui la globalizzazione impone ai governi di tutto il mondo di affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita con un respiro di ampiezza sovranazionale, in cui la complessità dei problemi, anche in ambito locale, è tale da rendere impensabile pensare di risolverli in modo strutturale contando solo sulle proprie forze, risulta difficile pensare che sia staccandosi da una Regione tra le più avanzate d’Europa che possiamo affrontare al meglio le sfide dei prossimi decenni.

Sfide che riguardano la nostra capacità di interpretare e governare i grandi mutamenti sociali, economici e culturali che stiamo attraversando, la costruzione di un nuovo modello di sviluppo economico capace di andare oltre quelli tradizionali e allo stesso tempo coniugare l’esigenza di investire in nuove tecnologie con quella prioritaria della sostenibilità ambientale di questo nuovo modello, un’emergenza di cui anche gli enti locali, per la propria parte, si devono fare carico, in un quadro di interventi che non sia solo quello del proprio comune e provincia.

Abbiamo bisogno di affrontare questi temi con un approccio che faccia un salto in avanti e che superi i campanili con i quali troppo spesso nella diverse città romagnole vengono affrontati i problemi che ci riguardano: istituzionalizzare la Regione Romagna significherebbe andare nella direzione opposta, cristallizzando la lotta tra i campanili (pensiamo a cosa succederebbe per esempio solo per individuare, banalmente, il capoluogo di questa nuova regione) e non facendo un buon servizio al bene della collettività. E’ importante non dimenticare che alcune delle scelte storicamente più importanti per il territorio forlivese e romagnolo (diga di Ridracoli e Università in primis) non sarebbero state possibili senza il coinvolgimento di tutti gli enti locali romagnoli e senza l’apporto determinante della Regione.

Una identità romagnola, seppur dinamica e con innumerevoli declinazioni, esiste e va assolutamente valorizzata: allo stesso modo esistono altre decine di identità sub-regionali in un paese fatto di Comuni e contrade come l’Italia. Ora la domanda è: cosa accadrebbe se, oltre a quella romagnola, dovessimo rispondere con una Regione per ciascuna di queste sub-identità? Avremmo non solo la totale ingovernabilità e la netta contraddizione rispetto ad un’esigenza di semplificazione che anche l’attuale Governo nazionale sottolinea, ma anche un considerevole appesantimento del costo della politica che tutti noi vorremmo, invece, veder diminuire a favore di una maggior disponibilità di risorse da investire a favore di famiglie e imprese.

La proposta di un referendum sul tema della Regione Romagna, non ci vede contrari a priori; ma occorre essere chiari su questo. Perchè se da un lato è più che condivisibile chiedere al popolo emiliano-romagnolo di esprimersi con un referendum, dall’altro non si può pretendere di farlo esprimere solo a decisione già avvenuta. Non si può, cioè, pensare di imporre con una legge costituzionale la nascita di una nuova Regione (con relativi ulteriori costi e aggravi istituzionali) senza consultare preventivamente i cittadini interessati, ma chiamandoli ad esprimersi solo per confermare una scelta assunta a Roma.

Non è questo il genere di autonomia dei territori di cui abbiamo bisogno: l’autonomia che servirebbe, ad esempio, sarebbe quella di cui potrebbero beneficiare amministrazioni locali virtuose come quelle romagnole che, pur avendo disponibilità liquida in cassa pronta per essere investita, non possono spenderla perchè si chiede agli oltre 8mila Comuni d’Italia di contribuire al risanamento dei conti pubblici in modo sconsiderato rispetto alle loro effettive responsabilità. A fronte di un peggioramento di 20 miliardi di euro nel 2008 dell’intero deficit della Pubblica amministrazione, quello dei Comuni si e’ invece ridotto di oltre 1,2 miliardi di euro. Cioè mentre a Roma il debito saliva in modo sconsiderato, nelle amministrazioni locali (spesso additate come primaria fonte di spreco) esso scendeva sensibilmente.

E’ chiaro, allora, che mentre in linea teorica si proclama l’autonomia dei territori, nella pratica la si mortifica imponendo sacrifici ingiustificati alle autonomie locali, concedendo peraltro deroghe discutibili e ingiustificate ad alcuni Comuni dal bilancio tutt’altro che virtuoso (emblematici i casi di Catania e Roma). Non è questo il modello di federalismo che ci aspettiamo e non è questa l’autonomia di cui i territori hanno bisogno.

La sfida vera a cui non dobbiamo sottrarci, dunque, è quella di rendere più competitivo il nostro territorio romagnolo all’interno della Regione Emilia-Romagna; di attuare una politica di area vasta non solo in ambito sanitario ma su tutte le sfere che riguardano la vita e lo sviluppo delle nostre città. Elevando il livello del dibattito ad una dimensione romagnola sulle infrastrutture, sulla pianificazione, sulla logistica sugli aeroporti, sulle fiere, sui grandi eventi culturali, sulla promozione del ‘prodotto Romagna’ con un unico marchio che valorizzi le peculiarità della nostra terra e non frazionandolo in mille rivoli.

Ed elaborando su questi temi proposte comuni che vedano coalizzate attorno e a sostegno di esse tutte le forze istituzionali, sociali ed economiche. Pensare di poter vincere questa sfida al di fuori del contesto di una Regione tra le più avanzate d’Europa, è un’illusione che può durare per lo spazio di una campagna elettorale. E rafforzare questa ipotesi prendendo ad esempio il ‘modello’ del Molise (che nel 1963 si distaccò dall’Abruzzo creando una nuova regione) non offre certo una prospettiva migliorativa per le nostre realtà

Solo se avremo questa forza di ragionare del territorio romagnolo come di un unico agglomerato, una convinzione che deve essere intrinseca nella volontà di chi governa e opera sul territorio romagnolo e che non deriva dalla semplice nascita di una nuova, piccola Regione, riusciremo davvero a dare valore e forma compiuta ad una identità romagnola e a far valere la nostra forza sullo scacchiere regionale. Questa è la sfida prioritaria che Forlì deve fare propria, assieme al suo comprensorio, nei prossimi anni.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.