Conferenza stampa “selettiva”: il pluralismo dell’informazione vale solo a Roma?

In questi giorni in cui molto si dibatte sul concetto di libertà e pluralismo dell’informazione, è curioso notare che nella democratica città di Forlì, un ente pubblico organizzi una chiacchierata “informale” (?) con i giornalisti, facendo nominalmente inviti alle singole testate e ai singoli giornalisti accuratamente selezionati, tralasciando (senza ben capire quali sono i criteri della scelta) quelle testate e quei giornalisti che evidentemente non sono graditi.

Non è chiaro quale siano state le ragioni che hanno indotto l’ente ad escludere da questo incontro con i giornalisti un organo di informazione che è ormai divenuto di utilizzo comune per migliaia di persone e con il quale l’ente si rapporta abitualmente, nonostante non sia disponibile sulle tradizionali piattaforme cartacee.

Ora viene da chiedersi: i problemi legati al rapporto tra tra istituzioni e mezzi di informazione, sono tali solo quando si parla del presidente del consiglio dei ministri, oppure lo sono anche nel microcosmo delle comunità locali, dove vi sono soggetti che, per il solo fatto di ricoprire una carica, si ritengono nelle condizioni di poter compiere scelte discriminatorie su quali mezzi di informazione e quali giornalisti sono o non sono degni di partecipare ad una chiacchierata “informale” con loro?

Se notiamo che alla tradizionale conferenza stampa di fine anno, il presidente del Consiglio dei ministri (considerato il ‘diavolo’ da questo punto di vista) invita ogni anno anche giornali che non possono certo essere considerati “amici” come “La Repubblica” e “L’Unità”, la risposta alla precedente domanda è presto data.

Pantani ancora perseguitato, anche da morto: non ricordiamolo così

In questi giorni si fa un gran dire sull’ultimo libro, pubblicato in Francia, riguardante la morte di Marco Pantani. E’ quello di Philippe Brunel, collega francese del quotidiano sportivo L’Equipe. Un bellissimo articolo di Gianni Mura fa alcune preziose rivelazioni, che personalmente mi gettano nello sconforto.   Da quel che emerge dal libro (per ora pubblicato solo in Francia, da quel che so) al suo interno ci sono delle verità parecchio scomode. La cosa più macabra è la rivelazione che il medico che doveva svolgere l’autopsia sul corpo senza vita di Pantani (morto il 14 febbraio del 2004) sarebbe tornato a casa la sera con il cuore del Pirata custodito in una valigetta. L’avrebbe poi messo in frigo per riportarlo al suo posto la mattina dopo.   Una rivelazione pesante che non credo qualcuno possa fare senza essere sicuro di ciò che dice. Ora, io mi chiedo perché un medico arriva a fare una cosa del genere? Mura su Repubblica fa sapere che Brunel nel suo libro giustifica il gesto con la paura, da parte del medico, che qualcuno avesse potuto trafugare il cuore di Pantani.   Perché avrebbe dovuto avere paura? C’era forse qualcosa di ‘scottante’ che emergeva dall’autopsia al punto da mettere in dubbio la versione “ufficiale” che dice che la morte di Pantani è stata provocata da una overdose di cocaina?  Ha forse ragione la madre Tonina quando invoca la riapertura delle indagini sulla morte di Pantani sostenendo che ci fosse qualcuno che voleva la morte del Pirata? Secondo mamma Tonina, il ciclista romagnolo era pronto a fare dei nomi: questi nomi quali erano? Erano per caso nomi troppo importanti per essere rivelati?  

Probabilmente la verità sulla morte di Pantani non la sapremo mai. Di certo c’è che ogni volta che si parla di lui in questo modo, vengo pervaso dal nervoso. Dal nervoso di chi ha ammirato Pantani e ne ha vissuto le emozioni fino al punto di arrivare alla commozione più di una volta; di chi ha sofferto nel vederlo isolato dal quello stesso ambiente che lui, con le sue imprese, aveva rilanciato; di chi non ne può più di vedere ricordare Pantani solo per come è morto e vorrebbe invece che gli venisse reso l’onore che merita.

Io voglio ricordarlo così

 

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.