Pantani ancora perseguitato, anche da morto: non ricordiamolo così

In questi giorni si fa un gran dire sull’ultimo libro, pubblicato in Francia, riguardante la morte di Marco Pantani. E’ quello di Philippe Brunel, collega francese del quotidiano sportivo L’Equipe. Un bellissimo articolo di Gianni Mura fa alcune preziose rivelazioni, che personalmente mi gettano nello sconforto.   Da quel che emerge dal libro (per ora pubblicato solo in Francia, da quel che so) al suo interno ci sono delle verità parecchio scomode. La cosa più macabra è la rivelazione che il medico che doveva svolgere l’autopsia sul corpo senza vita di Pantani (morto il 14 febbraio del 2004) sarebbe tornato a casa la sera con il cuore del Pirata custodito in una valigetta. L’avrebbe poi messo in frigo per riportarlo al suo posto la mattina dopo.   Una rivelazione pesante che non credo qualcuno possa fare senza essere sicuro di ciò che dice. Ora, io mi chiedo perché un medico arriva a fare una cosa del genere? Mura su Repubblica fa sapere che Brunel nel suo libro giustifica il gesto con la paura, da parte del medico, che qualcuno avesse potuto trafugare il cuore di Pantani.   Perché avrebbe dovuto avere paura? C’era forse qualcosa di ‘scottante’ che emergeva dall’autopsia al punto da mettere in dubbio la versione “ufficiale” che dice che la morte di Pantani è stata provocata da una overdose di cocaina?  Ha forse ragione la madre Tonina quando invoca la riapertura delle indagini sulla morte di Pantani sostenendo che ci fosse qualcuno che voleva la morte del Pirata? Secondo mamma Tonina, il ciclista romagnolo era pronto a fare dei nomi: questi nomi quali erano? Erano per caso nomi troppo importanti per essere rivelati?  

Probabilmente la verità sulla morte di Pantani non la sapremo mai. Di certo c’è che ogni volta che si parla di lui in questo modo, vengo pervaso dal nervoso. Dal nervoso di chi ha ammirato Pantani e ne ha vissuto le emozioni fino al punto di arrivare alla commozione più di una volta; di chi ha sofferto nel vederlo isolato dal quello stesso ambiente che lui, con le sue imprese, aveva rilanciato; di chi non ne può più di vedere ricordare Pantani solo per come è morto e vorrebbe invece che gli venisse reso l’onore che merita.

Io voglio ricordarlo così

 

Esiste ancora un ciclismo pulito

Una grande impresa di sport mi consente di parlare in questo post di una passione che ho amato per lunghissimo tempo e che ora ho messo un po’ ai margini della mia vita: il ciclismo.

Paolo Bettini ha trionfato ai mondiali di ciclismo a Stoccarda, bissando il succeddo dello scorso anno a Salisburgo. Una vittoria splendida e pulita, così come lo è lui stesso, livornese di 33 anni.

Questo è uno sport in grado di emozionare, di regalare brividi e di catalizzare l’attenzione delle masse. Lo ha dimostrato la storia di questo sport, dai duelli epici tra Coppi e Bartali fino alle magiche imprese di Marco Pantani, al quale resterò legato per sempre e che mi ha regalato alcuni dei miei ricordi più belli.

Ho smesso da qualche anno di seguire con assiduità questo sport perchè ero esausto. Lo praticavo ogni giorno (pur non essendo un campione) ho sacrificato centinaia di domeniche, di serate e di giorni di festa per competere a livello agonistico in questa disciplina. L’ho sempre fatto per pura passione e senza alcun aiuto esterno che non fosse un “Gatorade” o una bustina di zucchero.

Ma ancora oggi divento rosso dalla rabbia quando sento tante persone che si lasciano andare alla facile equazione “ciclismo = doping”. Perchè non è vera. O meglio, non lo è solo in questo sport e non lo è nella misura in cui i mass media lo vogliono far credere. Il ciclismo è stato distrutto dopo la morte di Marco Pantani, è cominciata una inutile caccia alle streghe, una continua ricerca dello scandalo, che ha dilaniato questa disciplina.

Eppure è uno sport che regala emozioni uniche, indescrivibili e difficili da raccontare a chi non ha mai pedalato. Perchè ogni volta che dico a qualcuno che ho fatto per 10 anni ciclismo, mi viene chiesto: “Hai mai preso qualcosa?”?. Lo dico qui, una volta per tutte. Non ho mai preso nulla, nessuno me lo ha mai chiesto e non ho mai visto nessuno prendere qualcosa. Conosco un ragazzo, un mio caro amico, che si chiama Matteo Montaguti e che corre in bicicletta dall’età di 7 anni. Oggi ne ha 23 ed è campione italiano in carica tra i dilettanti. Conosco i sacrifici che fa ogni giorno, conosco l’impegno che ci mette, conosco la fatica che ha fatto e quella che sta facendo. Conosco la sua dieta, conosco il suo modo di vivere e conosco il suo umore. Ebbene, un esempio di ciclismo pulito e di alto livello, in Italia (e non solo), oggi ce l’abbiamo.

Il giorno in cui, parlando di ciclismo, qualcuno mi chiederà: “Perchè lo facevi? Cosa ti piaceva di questo sport?” sarà un giorno da segnare sul calendario. Ma oggi quel giorno mi sembra quanto mai lontano.

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