Studenti in piazza in tutta Italia, e fanno sciopero i calciatori

Leggo dalla Francia che in Italia i calciatori hanno deciso di fare sciopero. E’ mai possibile che in un momento in cui migliaia di studenti sono in rivolta contro la distruttiva riforma dell’Università, in una fase di grande tensione nel paese per la carenza di lavoro e l’incertezza del futuro, i calciatori, quelli che guadagnano migliaia e migliaia di euro al mese, si permettano di fare sciopero. La sedicesima giornata di serie A, l’11-12 dicembre, non si giocherà.

Francamente lo considero uno schiaffo alla decenza, al buon senso e a tutte quelle persone che come noi si rimboccano le maniche e cercano di costruirsi un futuro. Faticosamente, giorno dopo giorno, con il sacrificio, con il sudore, con l’impegno. Queste sono le classiche notizie che rendono ridicolo il nostro paese.

La vittoria di Matteo diventa simbolo e scuola di vita


Un piccolo, grande eroe moderno. Matteo Montaguti è un mio carissimo amico: che non frequento quanto vorrei, ma al quale sono molto legato. Da quasi 20 anni fa il ciclista: ha iniziato a 7 anni, oggi è un professionista e veste la maglia del team “De Rosa”. Nelle categorie giovanili (dove ci siamo conosciuti durante la mia decennale esperienza di ciclista agonista) era tra i primissimi al termine di ogni gara. Un vero talento, anche di stile: lui e la bicicletta sembrano nati per stare insieme.

Da 20 anni Matteo fa sacrifici che solo chi corre in bicicletta può conoscere fino in fondo e solo chi è animato da una passione sportiva così profonda (al punto da essere paragonabile ad una fede religiosa) può sopportare. Fin dal primo giorno in cui ha dato i suoi primi colpi di pedale ha avuto un sogno: diventare professionista. Un sogno che ha coronato, partecipando anche al Giro d’Italia nel 2009, quello del Centenario.

Ho vissuto assieme a lui buona parte degli anni dell’adolescenza e conosco (anche perchè li ho fatti in prima persona) i sacrifici che ha sostenuto per arrivare alla sua prima vittoria da professionista, quella ottenuta il 30 gennaio 2010 a Reggio Calabria. L’ho seguito tra i Dilettanti, finchè ho potuto, poi tra i professionisti ne ho perso un po’ le tracce. Quando sento dire che il ciclismo è tutto ‘marcio’ e che “tanto sono tutti drogati”, mi scatta una sincera e incontrollabile irritazione.

Perchè so per certo, e Matteo ne è la prova, che non è tutto così: so per certo che oggi, in questa società individualista, malata e in cui molti cercano la scorciatoia per salire più agevolmente anziché salire faticosamente un gradino per volta (nello sport come negli affari, negli affetti come in politica), il lavoro, l’impegno e il sacrificio pagano ancora. Per questo credo che la vittoria che oggi Matteo ha ottenuto sia un esempio: e lui un piccolo eroe, un segnale di speranza che certi valori sono ancora tali.


Rissa allo stadio… del tennis (!)

Il tennis dei ‘gesti bianchi’, quello raccontato nello straordinario romanzo di Gianni Clerici e che fino a poco tempo fa stava nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica, non esiste più. Non è una notizia, lo sapevamo da tempo. Ciò che mi mancava, però, era la rissa tra tifoserie: è successo a Melbourne, agli Australian Open, dove un gruppo di serbi ed uno di bosniaci si sono scontrati con lanci di oggetti, sedie e ceffoni dopo la partita tra Novak Djokovic e Amer Delic (vinta dal primo per 6-2, 4-6, 6-3, 7-6 (7-4)). Le immagini sono da non perdere.

Vai Matteo! Dalla Costa d’Avorio con furore…

matteo-cactus.jpgVoglio segnalarvi l’ottima performance del mio amico Matteo Montaguti, che ha debuttato quest’anno nel ciclismo “che conta”, passando tra i professionisti nel team Lpr. Ha corso dal 6 all’11 marzo nel Giro della Costa d’Avorio.

Un’avventura sia dal punto di vista sportivo che personale; per rendere l’idea leggete il post sul blog di Matteo, dove racconta che l’ultima tappa non l’hanno corsa “a causa del traffico della capitale che non permetteva di effettuare in sicurezza” la corsa! Incredibile.

Comunque Matteo si è comportato molto bene, piazzandosi al 12° posto della classifica finale e al 3° della classifica a punti (da notare il terzo posto in una tappa l’altro giorno). Ottimo avvio di stagione, continua così Matt!

Sangue e devastazione: trattare gli ultras come i rom

Non voglio aggiungere il mio commento, che rischierebbe di essere banale come tanti altri, alla domenica di calcio appena trascorsa. Lascio parlare le immagini di questo servizio del Tg La7 sulla domenica di sangue, violenza e devastazione.

  

A mio avviso non si tratta di fermare il calcio (che comunque andrebbe sospeso) ma di trattare questi esagitati esattamente con la stessa durezza con la quale si vorrebbero trattare i rom e i delinquenti.

  

Lascio a voi ogni altro commento

Pantani ancora perseguitato, anche da morto: non ricordiamolo così

In questi giorni si fa un gran dire sull’ultimo libro, pubblicato in Francia, riguardante la morte di Marco Pantani. E’ quello di Philippe Brunel, collega francese del quotidiano sportivo L’Equipe. Un bellissimo articolo di Gianni Mura fa alcune preziose rivelazioni, che personalmente mi gettano nello sconforto.   Da quel che emerge dal libro (per ora pubblicato solo in Francia, da quel che so) al suo interno ci sono delle verità parecchio scomode. La cosa più macabra è la rivelazione che il medico che doveva svolgere l’autopsia sul corpo senza vita di Pantani (morto il 14 febbraio del 2004) sarebbe tornato a casa la sera con il cuore del Pirata custodito in una valigetta. L’avrebbe poi messo in frigo per riportarlo al suo posto la mattina dopo.   Una rivelazione pesante che non credo qualcuno possa fare senza essere sicuro di ciò che dice. Ora, io mi chiedo perché un medico arriva a fare una cosa del genere? Mura su Repubblica fa sapere che Brunel nel suo libro giustifica il gesto con la paura, da parte del medico, che qualcuno avesse potuto trafugare il cuore di Pantani.   Perché avrebbe dovuto avere paura? C’era forse qualcosa di ‘scottante’ che emergeva dall’autopsia al punto da mettere in dubbio la versione “ufficiale” che dice che la morte di Pantani è stata provocata da una overdose di cocaina?  Ha forse ragione la madre Tonina quando invoca la riapertura delle indagini sulla morte di Pantani sostenendo che ci fosse qualcuno che voleva la morte del Pirata? Secondo mamma Tonina, il ciclista romagnolo era pronto a fare dei nomi: questi nomi quali erano? Erano per caso nomi troppo importanti per essere rivelati?  

Probabilmente la verità sulla morte di Pantani non la sapremo mai. Di certo c’è che ogni volta che si parla di lui in questo modo, vengo pervaso dal nervoso. Dal nervoso di chi ha ammirato Pantani e ne ha vissuto le emozioni fino al punto di arrivare alla commozione più di una volta; di chi ha sofferto nel vederlo isolato dal quello stesso ambiente che lui, con le sue imprese, aveva rilanciato; di chi non ne può più di vedere ricordare Pantani solo per come è morto e vorrebbe invece che gli venisse reso l’onore che merita.

Io voglio ricordarlo così

 

Esiste ancora un ciclismo pulito

Una grande impresa di sport mi consente di parlare in questo post di una passione che ho amato per lunghissimo tempo e che ora ho messo un po’ ai margini della mia vita: il ciclismo.

Paolo Bettini ha trionfato ai mondiali di ciclismo a Stoccarda, bissando il succeddo dello scorso anno a Salisburgo. Una vittoria splendida e pulita, così come lo è lui stesso, livornese di 33 anni.

Questo è uno sport in grado di emozionare, di regalare brividi e di catalizzare l’attenzione delle masse. Lo ha dimostrato la storia di questo sport, dai duelli epici tra Coppi e Bartali fino alle magiche imprese di Marco Pantani, al quale resterò legato per sempre e che mi ha regalato alcuni dei miei ricordi più belli.

Ho smesso da qualche anno di seguire con assiduità questo sport perchè ero esausto. Lo praticavo ogni giorno (pur non essendo un campione) ho sacrificato centinaia di domeniche, di serate e di giorni di festa per competere a livello agonistico in questa disciplina. L’ho sempre fatto per pura passione e senza alcun aiuto esterno che non fosse un “Gatorade” o una bustina di zucchero.

Ma ancora oggi divento rosso dalla rabbia quando sento tante persone che si lasciano andare alla facile equazione “ciclismo = doping”. Perchè non è vera. O meglio, non lo è solo in questo sport e non lo è nella misura in cui i mass media lo vogliono far credere. Il ciclismo è stato distrutto dopo la morte di Marco Pantani, è cominciata una inutile caccia alle streghe, una continua ricerca dello scandalo, che ha dilaniato questa disciplina.

Eppure è uno sport che regala emozioni uniche, indescrivibili e difficili da raccontare a chi non ha mai pedalato. Perchè ogni volta che dico a qualcuno che ho fatto per 10 anni ciclismo, mi viene chiesto: “Hai mai preso qualcosa?”?. Lo dico qui, una volta per tutte. Non ho mai preso nulla, nessuno me lo ha mai chiesto e non ho mai visto nessuno prendere qualcosa. Conosco un ragazzo, un mio caro amico, che si chiama Matteo Montaguti e che corre in bicicletta dall’età di 7 anni. Oggi ne ha 23 ed è campione italiano in carica tra i dilettanti. Conosco i sacrifici che fa ogni giorno, conosco l’impegno che ci mette, conosco la fatica che ha fatto e quella che sta facendo. Conosco la sua dieta, conosco il suo modo di vivere e conosco il suo umore. Ebbene, un esempio di ciclismo pulito e di alto livello, in Italia (e non solo), oggi ce l’abbiamo.

Il giorno in cui, parlando di ciclismo, qualcuno mi chiederà: “Perchè lo facevi? Cosa ti piaceva di questo sport?” sarà un giorno da segnare sul calendario. Ma oggi quel giorno mi sembra quanto mai lontano.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.