Giù la maschera dal finto federalismo

Ci sono soldi pronti per essere investiti che non possono essere spesi perché gli enti locali sono bloccati dai vincoli di un iniquo patto di stabilità. Accade anche qui, nella provincia di Forlì-Cesena, dove decine di Comuni non possono fare investimenti ritenuti fondamentali per uscire dalla crisi economica.

Perché i Comuni non possono investire? Perché non lo permette la legge, fatta da un Governo che ha tagliato i fondi agli enti locali – eliminando per puri scopi elettoralistici l’ICI a tutti, anche per chi ha i redditi più elevati – senza restituire come annunciato i fondi sottratti con questo taglio indiscriminato. In più il Governo non accetta di adeguare il patto di stabilità dei Comuni agli standard europei, escludendo dai vincoli le spese per investimenti.

I parlamentari di centrodestra che anche da noi sbandierano il tema dell’autonomia e del federalismo è ora che facciano la propria parte, smettendo di votare, una volta a Roma, provvedimenti che affossano le libertà locali. A loro in particolare chiediamo un impegno preciso, affinché venga al più presto restituito ai Comuni il mancato introito derivato dall’ICI.
È necessario anche rivedere il patto di stabilità, escludendo le spese per investimenti pubblici e facendolo gestire dalle Regioni d’intesa con gli enti locali, così come prevede la Legge 42/2009.

Anche l’assetto della pubblica amministrazione nazionale va rivisto. La riduzione del debito pubblico deve passare prima di tutto da una riduzione delle spese che vengono sostenute a livello centrale, dai ministeri, dalla presidenza del consiglio in primo luogo.

Gli enti locali hanno ridotto la spesa di 1,2 miliardi di euro (dati riferiti all’anno 2008), mentre complessivamente la Pubblica amministrazione statale ha speso in un anno 20 miliardi di euro in più. Mentre nelle amministrazioni locali si riducevano i costi a Roma si spendeva in modo sconsiderato, senza il minimo controllo. Salvo poi dichiarare guerra ai costi della politica additando, ad esempio, le Circoscrizioni come il luogo dello spreco e arrivando a proporne l’abolizione.

Ora che la campagna elettorale è finita il centrodestra e la Lega Nord che governano questo paese ed ha il potere di farlo (il ministro per le riforme è il suo leader Umberto Bossi) diano attuazione al federalismo vero e mettano i Comuni in condizione di fare gli investimenti che servono. Soldi che andrebbero tutti a beneficio dei cittadini, delle imprese, delle famiglie, dei lavoratori il cui posto di lavoro oggi è messo seriamente a repentaglio.

Marco Di Maio
Segretario territoriale Pd Forlì

Sopralluogo alla frana di Corniolo: spettacolo impressionante

Sono stato assieme al nei consigliere regionale Tiziano Alessandrini a vedere la situazione a Corniolo, sull’Appennino forlivese, dove si è registrata una paurosa frana. Paurosa e impressionante per le dimensioni. In serata sono tornato a Corniolo all’assemblea pubblica organizzata da prefettura e istituzioni locali: un clima di grande partecipazione e anche un velo di sincera commozione. Di seguito il comunicato che abbiamo inviato ai mass media.

Sulla frana di Corniolo assieme a Tiziano Alessandrini e agli operatori impegnati a 'normalizzare' la situazione

Il segretario territoriale del Partito Democratico forlivese, Marco Di Maio, si è recato martedì assiema al neo eletto consigliere regionale Tiziano Alessandrini sul luogo della frana di Corniolo, per verificare lo stato della situazione. Una visita significativa, nel corso della quale Di Maio e Alessandrini hanno potuto constatare quanto la macchina organizzativa condotta dalla Protezione civile locale assieme ai volontari, ai vigili del fuoco, alle forze dell’ordine e agli enti locali, stia lavorando alacremente.

“È impressionante vedere quanta terra è scesa dalla montagna – dichiara Di Maio – una quantità stimata attorno ai 4 milioni di metri cubi di terreno che sono piovuti verso valle travolgendo alcuni edifici ma fortunatamente senza coinvolgere direttamente alcune famiglie. Un episodio eccezionale di cui non ci può rendere effettivamente conto se non venendo di persona in questi luoghi”.

Di Maio e Alessandrini hanno anche elogiato il “preziosissimo lavoro svolto dagli operatori che sono riusciti a salvare dalla valanga di terra l’abitazione della famiglia Nobili, sulla cui casa la frana si è letteralmente appoggiata. Un’operazione di delicatezza chirurgica svolta con grande responsabilià, coraggio, competenza e con un impegno costante durante tutte le 24 ore della giornata”.

“Quanto avvenuto – aggiungono Di Maio e Alessandrini – è indicativo di come oggi nel nostro paese sia quanto mai urgente un piano di interventi finalizzati a prevenire questi fenomeni, che in altri territori del nostro paese hanno avuto conseguenze ben più gravi, anche in termini di vite umane. Essere qui oggi ci consente anche di capire quanti disagi i cittadini di Corniolo debbano vivere quotidianamente per spostarsi verso valle”.

“Il Governo ha sbagliato nel tagliare il fondo per la montagna: i territori locali e le Regioni fanno già e continueranno a fare la propria parte – prosegue Di Maio – ma bisogna cominciare ad interpretare l’impegno politico non solo come la risposta immediata all’emergenza, ma anche come lo strumento che pensa oggi alle esigenze del domani: solo così potremo evitare episodi come quello di Corniolo”.

“Il Partito Democratico sarà impegnato a fianco della popolazione locale e delle amministrazioni – conclude Di Maio – affinchè i disagi siano limitati al massimo e perché siano garantiti i servizi minimi alle popolazioni colpite da questo evento. Noi faremo la nostra parte fino in fondo, ci aspettiamo che anche le forze di governo facciano altrettanto”.

Ufficio stampa Pd forlivese

A chi serve la Regione Romagna? Non ai romagnoli

Periodicamente torna nel dibattito locale il tema della Regione Romagna: nonostante l’imminente scadenza delle elezioni regionali di marzo, è opportuno affrontare la riflessione su questo tema con un approccio privo di una facile speculazione da campagna elettorale. E ciò è possibile se affrontiamo questo dibattito chiedendoci: cosa serve davvero ai romagnoli? Cosa ci serve per affrontare in modo più incisivo ed efficace le sfide che il futuro ci pone di fronte?

Oggi, in una fase di crisi economica e di enormi difficoltà come quella che si sta manifestando anche e soprattutto nelle realtà locali, la priorità che dobbiamo darci è quella di fare ogni sforzo per mantenere quei livelli di assistenza e qualità dei servizi che ci rendono uno dei territori più avanzati non solo in Italia, ma in Europa: e di dare a questo assetto una prospettiva di consolidamento e incremento.

In un mondo in cui la globalizzazione impone ai governi di tutto il mondo di affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita con un respiro di ampiezza sovranazionale, in cui la complessità dei problemi, anche in ambito locale, è tale da rendere impensabile pensare di risolverli in modo strutturale contando solo sulle proprie forze, risulta difficile pensare che sia staccandosi da una Regione tra le più avanzate d’Europa che possiamo affrontare al meglio le sfide dei prossimi decenni.

Sfide che riguardano la nostra capacità di interpretare e governare i grandi mutamenti sociali, economici e culturali che stiamo attraversando, la costruzione di un nuovo modello di sviluppo economico capace di andare oltre quelli tradizionali e allo stesso tempo coniugare l’esigenza di investire in nuove tecnologie con quella prioritaria della sostenibilità ambientale di questo nuovo modello, un’emergenza di cui anche gli enti locali, per la propria parte, si devono fare carico, in un quadro di interventi che non sia solo quello del proprio comune e provincia.

Abbiamo bisogno di affrontare questi temi con un approccio che faccia un salto in avanti e che superi i campanili con i quali troppo spesso nella diverse città romagnole vengono affrontati i problemi che ci riguardano: istituzionalizzare la Regione Romagna significherebbe andare nella direzione opposta, cristallizzando la lotta tra i campanili (pensiamo a cosa succederebbe per esempio solo per individuare, banalmente, il capoluogo di questa nuova regione) e non facendo un buon servizio al bene della collettività. E’ importante non dimenticare che alcune delle scelte storicamente più importanti per il territorio forlivese e romagnolo (diga di Ridracoli e Università in primis) non sarebbero state possibili senza il coinvolgimento di tutti gli enti locali romagnoli e senza l’apporto determinante della Regione.

Una identità romagnola, seppur dinamica e con innumerevoli declinazioni, esiste e va assolutamente valorizzata: allo stesso modo esistono altre decine di identità sub-regionali in un paese fatto di Comuni e contrade come l’Italia. Ora la domanda è: cosa accadrebbe se, oltre a quella romagnola, dovessimo rispondere con una Regione per ciascuna di queste sub-identità? Avremmo non solo la totale ingovernabilità e la netta contraddizione rispetto ad un’esigenza di semplificazione che anche l’attuale Governo nazionale sottolinea, ma anche un considerevole appesantimento del costo della politica che tutti noi vorremmo, invece, veder diminuire a favore di una maggior disponibilità di risorse da investire a favore di famiglie e imprese.

La proposta di un referendum sul tema della Regione Romagna, non ci vede contrari a priori; ma occorre essere chiari su questo. Perchè se da un lato è più che condivisibile chiedere al popolo emiliano-romagnolo di esprimersi con un referendum, dall’altro non si può pretendere di farlo esprimere solo a decisione già avvenuta. Non si può, cioè, pensare di imporre con una legge costituzionale la nascita di una nuova Regione (con relativi ulteriori costi e aggravi istituzionali) senza consultare preventivamente i cittadini interessati, ma chiamandoli ad esprimersi solo per confermare una scelta assunta a Roma.

Non è questo il genere di autonomia dei territori di cui abbiamo bisogno: l’autonomia che servirebbe, ad esempio, sarebbe quella di cui potrebbero beneficiare amministrazioni locali virtuose come quelle romagnole che, pur avendo disponibilità liquida in cassa pronta per essere investita, non possono spenderla perchè si chiede agli oltre 8mila Comuni d’Italia di contribuire al risanamento dei conti pubblici in modo sconsiderato rispetto alle loro effettive responsabilità. A fronte di un peggioramento di 20 miliardi di euro nel 2008 dell’intero deficit della Pubblica amministrazione, quello dei Comuni si e’ invece ridotto di oltre 1,2 miliardi di euro. Cioè mentre a Roma il debito saliva in modo sconsiderato, nelle amministrazioni locali (spesso additate come primaria fonte di spreco) esso scendeva sensibilmente.

E’ chiaro, allora, che mentre in linea teorica si proclama l’autonomia dei territori, nella pratica la si mortifica imponendo sacrifici ingiustificati alle autonomie locali, concedendo peraltro deroghe discutibili e ingiustificate ad alcuni Comuni dal bilancio tutt’altro che virtuoso (emblematici i casi di Catania e Roma). Non è questo il modello di federalismo che ci aspettiamo e non è questa l’autonomia di cui i territori hanno bisogno.

La sfida vera a cui non dobbiamo sottrarci, dunque, è quella di rendere più competitivo il nostro territorio romagnolo all’interno della Regione Emilia-Romagna; di attuare una politica di area vasta non solo in ambito sanitario ma su tutte le sfere che riguardano la vita e lo sviluppo delle nostre città. Elevando il livello del dibattito ad una dimensione romagnola sulle infrastrutture, sulla pianificazione, sulla logistica sugli aeroporti, sulle fiere, sui grandi eventi culturali, sulla promozione del ‘prodotto Romagna’ con un unico marchio che valorizzi le peculiarità della nostra terra e non frazionandolo in mille rivoli.

Ed elaborando su questi temi proposte comuni che vedano coalizzate attorno e a sostegno di esse tutte le forze istituzionali, sociali ed economiche. Pensare di poter vincere questa sfida al di fuori del contesto di una Regione tra le più avanzate d’Europa, è un’illusione che può durare per lo spazio di una campagna elettorale. E rafforzare questa ipotesi prendendo ad esempio il ‘modello’ del Molise (che nel 1963 si distaccò dall’Abruzzo creando una nuova regione) non offre certo una prospettiva migliorativa per le nostre realtà

Solo se avremo questa forza di ragionare del territorio romagnolo come di un unico agglomerato, una convinzione che deve essere intrinseca nella volontà di chi governa e opera sul territorio romagnolo e che non deriva dalla semplice nascita di una nuova, piccola Regione, riusciremo davvero a dare valore e forma compiuta ad una identità romagnola e a far valere la nostra forza sullo scacchiere regionale. Questa è la sfida prioritaria che Forlì deve fare propria, assieme al suo comprensorio, nei prossimi anni.

Pantani ancora perseguitato, anche da morto: non ricordiamolo così

In questi giorni si fa un gran dire sull’ultimo libro, pubblicato in Francia, riguardante la morte di Marco Pantani. E’ quello di Philippe Brunel, collega francese del quotidiano sportivo L’Equipe. Un bellissimo articolo di Gianni Mura fa alcune preziose rivelazioni, che personalmente mi gettano nello sconforto.   Da quel che emerge dal libro (per ora pubblicato solo in Francia, da quel che so) al suo interno ci sono delle verità parecchio scomode. La cosa più macabra è la rivelazione che il medico che doveva svolgere l’autopsia sul corpo senza vita di Pantani (morto il 14 febbraio del 2004) sarebbe tornato a casa la sera con il cuore del Pirata custodito in una valigetta. L’avrebbe poi messo in frigo per riportarlo al suo posto la mattina dopo.   Una rivelazione pesante che non credo qualcuno possa fare senza essere sicuro di ciò che dice. Ora, io mi chiedo perché un medico arriva a fare una cosa del genere? Mura su Repubblica fa sapere che Brunel nel suo libro giustifica il gesto con la paura, da parte del medico, che qualcuno avesse potuto trafugare il cuore di Pantani.   Perché avrebbe dovuto avere paura? C’era forse qualcosa di ‘scottante’ che emergeva dall’autopsia al punto da mettere in dubbio la versione “ufficiale” che dice che la morte di Pantani è stata provocata da una overdose di cocaina?  Ha forse ragione la madre Tonina quando invoca la riapertura delle indagini sulla morte di Pantani sostenendo che ci fosse qualcuno che voleva la morte del Pirata? Secondo mamma Tonina, il ciclista romagnolo era pronto a fare dei nomi: questi nomi quali erano? Erano per caso nomi troppo importanti per essere rivelati?  

Probabilmente la verità sulla morte di Pantani non la sapremo mai. Di certo c’è che ogni volta che si parla di lui in questo modo, vengo pervaso dal nervoso. Dal nervoso di chi ha ammirato Pantani e ne ha vissuto le emozioni fino al punto di arrivare alla commozione più di una volta; di chi ha sofferto nel vederlo isolato dal quello stesso ambiente che lui, con le sue imprese, aveva rilanciato; di chi non ne può più di vedere ricordare Pantani solo per come è morto e vorrebbe invece che gli venisse reso l’onore che merita.

Io voglio ricordarlo così

 

Il baratro dopo la disperazione

Due storie di cronaca colpiscono la mia attenzione in questa prima domenica d’autunno così soleggiata. Entrambe arrivano da Forlì e sono, secondo me, indicative di un sentimento di difficoltà sempre più dilagante nella società di oggi.  Difficoltà di natura economica che molto spesso portano le persone che ne sono coinvolte a compiere atti che escono dalla legalità, macchiando la propria esistenza per sempre.  Il primo è un caso di tentata estorsione da parte di una parrucchiera, che non avendo abbastanza entrate per far fronte ai bisogni di tutti i giorni e animata da un astio latente da tempo nei confronti di un vicino, si è inventata degli scatti fotografici e ha minacciato un anziano di denunciare le sue “attenzioni” nei confronti di una 20enne disabile alla polizia. Per tacere aveva chiesto 5mila euro. Ora è stata arrestata dai carabinieri e si trova agli arresti domiciliari.  I debiti eccessivi contratti per acquistare un elegante casolare in Umbria, invece, sono la causa che ha indotto una coppia di coniugi attorno alle quarantina d’anni a sprofondare nel mondo della prostituzione. Lei ‘vendeva’ il proprio corpo in due appartamenti a Forlì, trovando i clienti con annunci sui giornali locali. In meno di un mese avevano guadagnato 6mila euro. La Squadra Mobile ha voluto vederci chiaro e alla fine il marito è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione.  Il denominatore comune per queste due storie è la disperazione dovuta dalla crisi economica. Un segno del disagio sociale del mondo di oggi che credo debba fare riflettere. 

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