Periodicamente torna nel dibattito locale il tema della Regione Romagna: nonostante l’imminente scadenza delle elezioni regionali di marzo, è opportuno affrontare la riflessione su questo tema con un approccio privo di una facile speculazione da campagna elettorale. E ciò è possibile se affrontiamo questo dibattito chiedendoci: cosa serve davvero ai romagnoli? Cosa ci serve per affrontare in modo più incisivo ed efficace le sfide che il futuro ci pone di fronte?
Oggi, in una fase di crisi economica e di enormi difficoltà come quella che si sta manifestando anche e soprattutto nelle realtà locali, la priorità che dobbiamo darci è quella di fare ogni sforzo per mantenere quei livelli di assistenza e qualità dei servizi che ci rendono uno dei territori più avanzati non solo in Italia, ma in Europa: e di dare a questo assetto una prospettiva di consolidamento e incremento.
In un mondo in cui la globalizzazione impone ai governi di tutto il mondo di affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita con un respiro di ampiezza sovranazionale, in cui la complessità dei problemi, anche in ambito locale, è tale da rendere impensabile pensare di risolverli in modo strutturale contando solo sulle proprie forze, risulta difficile pensare che sia staccandosi da una Regione tra le più avanzate d’Europa che possiamo affrontare al meglio le sfide dei prossimi decenni.
Sfide che riguardano la nostra capacità di interpretare e governare i grandi mutamenti sociali, economici e culturali che stiamo attraversando, la costruzione di un nuovo modello di sviluppo economico capace di andare oltre quelli tradizionali e allo stesso tempo coniugare l’esigenza di investire in nuove tecnologie con quella prioritaria della sostenibilità ambientale di questo nuovo modello, un’emergenza di cui anche gli enti locali, per la propria parte, si devono fare carico, in un quadro di interventi che non sia solo quello del proprio comune e provincia.
Abbiamo bisogno di affrontare questi temi con un approccio che faccia un salto in avanti e che superi i campanili con i quali troppo spesso nella diverse città romagnole vengono affrontati i problemi che ci riguardano: istituzionalizzare la Regione Romagna significherebbe andare nella direzione opposta, cristallizzando la lotta tra i campanili (pensiamo a cosa succederebbe per esempio solo per individuare, banalmente, il capoluogo di questa nuova regione) e non facendo un buon servizio al bene della collettività. E’ importante non dimenticare che alcune delle scelte storicamente più importanti per il territorio forlivese e romagnolo (diga di Ridracoli e Università in primis) non sarebbero state possibili senza il coinvolgimento di tutti gli enti locali romagnoli e senza l’apporto determinante della Regione.
Una identità romagnola, seppur dinamica e con innumerevoli declinazioni, esiste e va assolutamente valorizzata: allo stesso modo esistono altre decine di identità sub-regionali in un paese fatto di Comuni e contrade come l’Italia. Ora la domanda è: cosa accadrebbe se, oltre a quella romagnola, dovessimo rispondere con una Regione per ciascuna di queste sub-identità? Avremmo non solo la totale ingovernabilità e la netta contraddizione rispetto ad un’esigenza di semplificazione che anche l’attuale Governo nazionale sottolinea, ma anche un considerevole appesantimento del costo della politica che tutti noi vorremmo, invece, veder diminuire a favore di una maggior disponibilità di risorse da investire a favore di famiglie e imprese.
La proposta di un referendum sul tema della Regione Romagna, non ci vede contrari a priori; ma occorre essere chiari su questo. Perchè se da un lato è più che condivisibile chiedere al popolo emiliano-romagnolo di esprimersi con un referendum, dall’altro non si può pretendere di farlo esprimere solo a decisione già avvenuta. Non si può, cioè, pensare di imporre con una legge costituzionale la nascita di una nuova Regione (con relativi ulteriori costi e aggravi istituzionali) senza consultare preventivamente i cittadini interessati, ma chiamandoli ad esprimersi solo per confermare una scelta assunta a Roma.
Non è questo il genere di autonomia dei territori di cui abbiamo bisogno: l’autonomia che servirebbe, ad esempio, sarebbe quella di cui potrebbero beneficiare amministrazioni locali virtuose come quelle romagnole che, pur avendo disponibilità liquida in cassa pronta per essere investita, non possono spenderla perchè si chiede agli oltre 8mila Comuni d’Italia di contribuire al risanamento dei conti pubblici in modo sconsiderato rispetto alle loro effettive responsabilità. A fronte di un peggioramento di 20 miliardi di euro nel 2008 dell’intero deficit della Pubblica amministrazione, quello dei Comuni si e’ invece ridotto di oltre 1,2 miliardi di euro. Cioè mentre a Roma il debito saliva in modo sconsiderato, nelle amministrazioni locali (spesso additate come primaria fonte di spreco) esso scendeva sensibilmente.
E’ chiaro, allora, che mentre in linea teorica si proclama l’autonomia dei territori, nella pratica la si mortifica imponendo sacrifici ingiustificati alle autonomie locali, concedendo peraltro deroghe discutibili e ingiustificate ad alcuni Comuni dal bilancio tutt’altro che virtuoso (emblematici i casi di Catania e Roma). Non è questo il modello di federalismo che ci aspettiamo e non è questa l’autonomia di cui i territori hanno bisogno.
La sfida vera a cui non dobbiamo sottrarci, dunque, è quella di rendere più competitivo il nostro territorio romagnolo all’interno della Regione Emilia-Romagna; di attuare una politica di area vasta non solo in ambito sanitario ma su tutte le sfere che riguardano la vita e lo sviluppo delle nostre città. Elevando il livello del dibattito ad una dimensione romagnola sulle infrastrutture, sulla pianificazione, sulla logistica sugli aeroporti, sulle fiere, sui grandi eventi culturali, sulla promozione del ‘prodotto Romagna’ con un unico marchio che valorizzi le peculiarità della nostra terra e non frazionandolo in mille rivoli.
Ed elaborando su questi temi proposte comuni che vedano coalizzate attorno e a sostegno di esse tutte le forze istituzionali, sociali ed economiche. Pensare di poter vincere questa sfida al di fuori del contesto di una Regione tra le più avanzate d’Europa, è un’illusione che può durare per lo spazio di una campagna elettorale. E rafforzare questa ipotesi prendendo ad esempio il ‘modello’ del Molise (che nel 1963 si distaccò dall’Abruzzo creando una nuova regione) non offre certo una prospettiva migliorativa per le nostre realtà
Solo se avremo questa forza di ragionare del territorio romagnolo come di un unico agglomerato, una convinzione che deve essere intrinseca nella volontà di chi governa e opera sul territorio romagnolo e che non deriva dalla semplice nascita di una nuova, piccola Regione, riusciremo davvero a dare valore e forma compiuta ad una identità romagnola e a far valere la nostra forza sullo scacchiere regionale. Questa è la sfida prioritaria che Forlì deve fare propria, assieme al suo comprensorio, nei prossimi anni.
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